Analisi di un caso reale

Il leader, deve essere funzione sociale e di vita nel contesto in cui opera. È un essere umano che, attraverso il proprio egoismo, realizza anche l’interesse pubblico.

Infatti un leader quando svolge i suoi affari, sposta beni, interessi, denaro, lavoro.  Il leader è uno stimolo per la società, la rivitalizza, impone una dialettica che spinge al progresso.

Come ogni uomo è chiamato continuamente a fare delle scelte. Ma dalle sue scelte dipende il bene o il male di tante persone.

Può accadere che, dietro le scelte professionali di “un uomo di potere” si nascondano precise logiche complessuali acquisite sin dall’infanzia.

Se il leader non fa le scelte migliori possibili rischia di diventare un pericolo per sé e per tutti i collaboratori.

Più potere hai e più puoi condizionare il tuo ambiente, nel bene e nel male!

Un vero leader deve prendere coscienza e interrompere tutti i meccanismi complessuali. Altrimenti essi possono gestire l’intelligenza del leader stesso nella sfera personale, economica e sociale.

Ti racconto un caso pratico.

Nella mia esperienza professionale ho collaborato per alcuni anni con un uomo considerato un grande leader, sia in campo economico che politico.

Era un leader assetato di potere. Questo mi incuriosiva molto, quindi indagai sulla sua vita privata.

Figlio unico, venni a sapere che all’età di 16 anni perse il padre e rimase solo con la madre.

A causa delle difficoltà economiche, interruppe gli studi e andò a lavorare in una grande azienda.

Grazie al suo impegno, nell’arco di pochi anni, da semplice addetto diventò il più giovane professionista italiano in quello specifico settore.

Non aveva ancora compiuto trent’anni quando avviò la sua prima azienda.

Ebbe successo: creò altre aziende, gestì decine e decine di uomini e guadagnò molto denaro.

All’età di circa 40 anni si affacciò alla vita politica, raggiungendo i più elevati livelli di potere previsti in quel contesto.

Ora ha superato i sessant’anni. Qualche tempo fa, nel corso di un colloquio privato, mi confessò di puntare alla poltrona di Ministro dell’Industria.

Un uomo di successo, non c’è che dire!!

 

Io continuavo ad essere incuriosita dalla sete di potere che quest’uomo manifestava e che sembrava essere fine a se stessa.

Volevo scoprirne l’origine e così continuai ad interessarmi della sua vita privata e, in particolare, della sua famiglia d’origine.

Insomma, sono stata un po’ impicciona! E’ deformazione professionale.

Venni a sapere che era un figlio naturale, nato da una “ragazza madre” (a quei tempi si diceva così).

Fu educato dai nonni materni fino all’età di undici anni, quando la madre si sposò e portò il figlio con sé nella nuova famiglia.

Cinque anni dopo il matrimonio, il padre legale morì.

Il ragazzo seppe, quasi per caso, che questi era il fratello minore del suo padre naturale, all’epoca ancora in vita e del quale portava addirittura il nome.

In altre parole: il secondogenito aveva provveduto a sposare la donna “sedotta e abbandonata” dal primogenito e per circa cinque anni i due fratelli con il resto della loro famiglia, la donna e il bambino vissero insieme nella stessa casa. Situazione familiare a dir poco particolare, non credi?

 

Il padre naturale era il tipico “padre padrone” della famiglia patriarcale del secondo dopo guerra: seduto a capo tavola, servito e riverito da tutti i membri della famiglia, silenzioso e burbero.

Inoltre, questi rifiutò di dare una qualsiasi forma di aiuto al figlio naturale quando, alla morte del fratello minore, la donna e il ragazzo si trovarono in difficoltà.

 

Dopo aver conosciuto questa situazione di infanzia, tutto mi sembrò più chiaro.

Avevo capito che egli è stato un figlio non voluto, perché “figlio del peccato”.

Ora può sembrare sciocco, ma torna un po’ alla mentalità degli anni ’50, nelle famiglie patriarcali contadine del centro sud del Paese!

Questo bambino rappresentava la manifestazione vivente di una colpa che non poteva essere nascosta.

Per questo fu educato dai nonni materni – anche se in perfetta buona fede – nel senso di colpa per il fatto stesso di essere nato.

Questo senso di colpa, fu rafforzato sia dal padre naturale (per il continuo rifiuto ad una qualsiasi forma di affetto e riconoscimento), sia dal padre legale (a causa del gesto pietistico del matrimonio).

Fin da piccolissimo egli imparò che la sua “colpa di esistere” poteva essere compensata con la dimostrazione a tutta la società di essere il migliore: doveva essere un figlio perfetto, il migliore dei figli e il migliore degli uomini.

La sana aspirazione al primato – che caratterizza un po’ tutti i giovani – si era trasformata in una necessità compensativa, attraverso la conquista del potere sociale, economico e politico.

 

Tu potresti pensare: vabbè, ma che c’è di male in tutto questo?

Il male sta nel fatto che questa necessità ha condizionato in modo determinante tutte le sue scelte professionali, familiari e affettive.

Il suo impegno si è concentrato sull’aspetto professionale perché è quello che garantisce il riconoscimento dal maggior numero di persone e garantisce un’ampia visibilità.

Per lo stesso motivo, altri aspetti delle sua vita sono stati volutamente trascurati, come la famiglia e gli amici.

Dal punto di vista somatico, egli soffre da anni di pancreatite, una malattia che prevede la graduale autodistruzione delle cellule del pancreas.

Il pancreas è un organo vitale per l’organismo umano e non è operabile.

Inoltre, la distruzione delle cellule del pancreas avviene attraverso crisi dolorosissime, tanto che i medici sono soliti parlare di “dramma pancreatico”.

 

Insomma, nonostante la sua intelligenza e le sue potenzialità, nonostante gli sforzi e le sue scelte sofferte, dietro l’immagine sociale di leader riuscito, abbiamo un uomo infelice, malato e profondamente solo!

 

Tutto questo, ripeto, non per difetto di intelligenza, ma per la mancata risoluzione di quel meccanismo complessuale strutturato nei primi anni di vita e che – in età adulta – continua a gestire il soggetto a sua insaputa.

 

Nella mia vita professionale, spesso mi viene chiesto “come può la psicologia essere di aiuto ad un leader?”

Un leader più di chiunque altro, deve conoscere e lavorare su se stesso, deve prendere coscienza dei suoi limiti e deve impegnarsi per migliorare continuamente.

Perché dico “un leader più di chiunque altro”?

Perché il leader non è responsabile solo per se stesso, ma anche per tanti altri che in lui trovano un punto di riferimento.

Un leader ha più possibilità di condizionare nel bene o nel male la vita di tante altre persone. Quindi, l’equilibrio emotivo e psicologico per un leader non può essere una scelta, ma è un dovere!

 

Fabiola Sacramati

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